-CHIESA DI SAN LORENZO

La chiesa di San Lorenzo tra ipotesi e realtà storiche
Domenica 30 novembre 1986, la parrocchia di Fusine terminava l’anno feliciano presso il rustico di San Lorenzo: presenti la totalità dei giovani, la banda paesana, l’arciprete Don Pedrini, Don Renaglia, padre Leonardo ed il parroco don Da Prada. L’antica costruzione, in realtà un imponente presbiterio incompleto di chiesa, è posta in località amena, appena sopra il paese: abbandonata da tempo, dovette essere liberata dai rovi, dal bosco e dalla terra, perché mostrasse le perfette linee architettoniche sagomate secoli fa dai maestri luganesi.
Storia ed ipotesi s’intrecciavano presso quel rustico di chiesa, dove iniziava la vecchia mulattiera, dove sorse il primo cimitero e dove si costruì il primo nucleo abitativo del piano: le Masoni. Colà in antico, c’era il primitivo oratorio dedicato a San Lorenzo: più tardi lo si volle ingrandire, come si può leggere da questa nota d’archivio: “Faccio io memoria come l’anno 1698 adì 5 novembre (58) mercoledì, sia posta la prima pietra nell’oratorio o pure Chiesa nova di San Lorenzo nel loco sudetto dove si dice di San Lorenzo et che vi siino concorsi a questa fontione alcuni Reverendi Religiosi.., con essere andati al detto loco di San Lorenzo in processione con il concorso di tutto il popolo delle Fusine. Io P. Mafeo Piatti delle Fusine curato del detto loco delle Fusine. Ho fatto questa memoria per memoria dei posteri”.
Il  disegno del nuovo oratorio fu approvato dalla Curia il 15 Dicembre 1695: la costruzione doveva essere larga 16 brazza e lunga 27, ci si impegnava a costruirla in tre anni “di tenerla riparata perpetuamente, di provederla e manutenerla proveduta de paramenti per la S. Messa et sacra supellettile, di dotarla di 10 scudi annui di entrata e di statuire che si celebrino 12 messe l’anno
Il  decano Cristoforo Vanino prometteva il tutto obbligando i beni presenti e futuri della Comunità. Nonostante la buona volontà si costruì solo l’attuale rustico di coro preferendo, in sua vece, ingrandire, vent’anni dopo, il piccolo oratorio delle Selve, l’attuale Madonnina. Infatti nel 1702 e 1703 si pagarono “i maestri che hanno fabbricato il coro di San Lorenzo” e nel 1707 le piode del tetto comperate da ser Jacopo Monciecco per 30 lire.
Questa è la storia dell’attuale coro incompleto: rustico comunque che rimane testimonianza preziosa dell’abilità con la quale “i maestri luganesi” sapevano gettare volte ed usare il piombino per le lesene di sasso.
La storia invece dell’antichissimo oratorio preesistente lascia adito a suggestive ipotesi per l’inizio della fede cristiana a Fusine. E mia convinzione che la piana panoramica di S. Andrea fosse uno dei tanti luoghi pagani sui quali gli uomini primitivi pregavano nei loro riti legati alle stagioni ed alla vita. Con la venuta del cristianesimo, su quei luoghi sacri, sorsero cappelle ed oratori dedicati al nuovo culto. Quando in quei tempi lontani, si fondò la nostra Pieve attorno alla chiesa di S. Pietro (probabilmente anch’ essa su luogo sacro pagano) gli abitanti dei paesi limitrofi scelsero come loro patroni gli Apostoli: a Fusine toccò S. Andrea. Questa congettura direbbe allora che la prima chiesa del paese fu costruita su quel poggio, chiamato appunto di Sant’Andrea. L’oratorio serviva i numerosi abitanti della montagna ed il primo nucleo delle Masoni, facilitando il cappellano che poteva giungervi comodamente da S. Pietro. Quest’ipotesi sarebbe confermata dal primo cimitero che si costruì proprio sotto la chiesetta. Con la nuova parrocchiale di S. Lorenzo, l’oratorio ed il cimitero di S. Andrea furono definitivamente abbandonati.
Ultima conferma di questa supposizione sarebbe l’unica tradizione orale tramandata da padre in figlio e che tutti i Fusinesi conoscono: “Non si cominciava la messa la domenica a San t’Andrea, se prima non fossero arrivati i vari signori della montagna”. Credo che questa frase conforti ulteriormente tutte le congetture appena accennate.
Ora il vecchio coro è stato ristrutturato in maniera oculata: esso ricorderà a coloro che si recheranno in Valmadre pagine antiche e moderne della propria fede ed anche una piccola parentesi di festa paesana: umile voce legata alle numerose manifestazioni della diocesi per l’anno feliciano.
 
(58) A.S.SO. 5695, not. Carlo Lupi


La sagrestia di Fusine, opera del maestro intagliatore Giuseppe Gusmerolo
Quasi sempre, quando gli storici ricordano gli intagliatori barocchi che operarono dalle nostre parti, dal termine del ‘600 agli inizi del ‘700, parlano di mastri tirolesi (Giovanni Schmit, Giovanni Battista Scher, Mattia Peder, Francesco Rup ecc.) o di scultori d’area lombarda (Pietro Ramus, Michele Cogoli ecc.) dimenticando gli intagliatori valtellinesi, come Giuseppe Gusmerolo, figlio di Giacomo Antonio, ottimo mastro, di Forcola: costui lasciò numerose opere in bassa Valle, come le belle sagrestie di Fusine, Ardenno e Buglio.
Nei libri dei conti della chiesa parrocchiale di Fusine viene più volte nominato il maestro Giuseppe Gusmerolo come autore della sagrestia e del pulpito e, soggiungo io, delle porte interne della chiesa parrocchiale. Spesso mi fermai ad osservare le massicce formelle di noce degli antoni della sagrestia di Fusine o quelle dello smembrato pulpito in parte utilizzato per l’altare verso il popolo e per una porta laterale interna della chiesa e per il brutto ambone a fianco delle balaustre.
Mastro Gusmerolo non guardava certo al risparmio quando intagliava grossi masselli di noce con sicura precisione e maestria. I disegni barocchi degli intagli sono classici con triplice soluzione: una grande al centro e due più piccole laterali; il tutto suggerito da numerose combinazioni proposte dal compasso e dalla squadra. Su di un antone della sagrestia di Fusine, l’autore ha lasciato ben visibili i tondi del compasso e le linee della squadra, facendoci intendere il suo metodo di lavoro.
Guardando le sue opere (a Fusine, ad Ardenno ed a Buglio) si scopre la sua personalissima mano con varietà di soluzioni sempre felici e gustose. È evidente che per conoscere a fondo questo scultore vale molto la fotografia o, meglio, la visita sul posto.
Studiando le tre sagrestie in questione, si potrebbero individuare, in bassa Valle, altre opere attribuibili a questo intagliatore rimasto finora pressoché sconosciuto.
Se per Fusine è abbondante la documentazione presso i libri parrocchiali scritti dal fabbriciere Simone De Maestri (dal 1721 al 1726), per le altre sagrestie si tolgono i seguenti riferimenti d’archivio: il 7 aprile 1728 (63) il prevosto di Buglio Paolo Giacomo Paravicino diede ogni facoltà “al maestro Giuseppe Gusmerolo della Serta di esigere dalla comunità di Buglio la somma di lire 830 e soldi 8 imperiali per i lavori e le opere e il materiale fatti nella chiesa e sagrestia di S. Fedele dall’anno 1727 in poi”. Dunque il Gusmerolo, oltre la sagrestia (quella vecchia), fece nella chiesa di Buglio altre opere che, conoscendo l’artista, sono ben riconoscibili (confessionali, inginocchiatoi, armadi) insieme ad un interessante armadio in casa parrocchiale.
Per Ardenno: il 10 gennaio 1727 (64) l’arciprete Antonio Paravicini pagò 323 lire al mastro Giuseppe Gusmerolo “a causa di cert’opera fatta ne la chiesa prepositurale d’Ardenno, ossia nella sagrestia”. Oltre la sagrestia in quella chiesa sono ben riconoscibili, come opere del nostro Gusmerolo, il coro, il pulpito ed alcune porte.
I mastri intagliatori insegnavano l’arte del legno a numerosi allievi. Ebbene, il fabbriciere di Fusine Simone De Maestri trovandosi, il 23 luglio 1726, ad Albosaggia (65) in casa del notaio Gio. Battista Petruccio (sempre per pagare debiti della chiesa di Fusine) affidò al Gusmerolo il figlio Gio. Domenico, perché imparasse l’arte del fale-gname. Eccone i patti: è uno dei tanti esempi di accordo che, sempre. gli artigiani stipulavano coi genitori dei loro allievi.
“Che il suddetto mastro Giuseppe Gusmerolo promette ricevere et tenere in casa sua, Gio. Domenico, figlio di messer Simone, anni cinque prossimi futuri, cominciando alle calende del mese d’agosto et darli le spese cibarie conforme il suo stato et conditione et insegnarli l’arte di falegname seu marangone fedelmente et realmente, a tutto suo sapere et potere remossa ogni fraude et inganno et alimento. Che detto messer Simone De Maestri sia tenuto, come promette, sotto l’obbligo di tutti li suoi beni, dare et pagare ad detto Giuseppe, solo per le spese dovrà fare et tedio et industria doverà usare per detto Gio. Domenico quella somma sarà dichiarata et liquidata dalli M. Rev. Prete Cipriano Tomaso et dottore d’ambe le leggi Pietro Bernardo figli di me nodaro, ai quali le sudette parti comettono la liquidatione et dichiarano di quanto detto messer Simone dovrà dare a mastro Giuseppe per detta causa, così che detta liquidatione et dichiaratione si faccia et sia fatta per tutto il mese di novembre prossimo futuro, della qual summa da liquidarsi come sopra, la terza parte nel termine d’anni due et l’altra terza parte nel termine d’anni quattro prossimi futuri in pena d’ogni danno et pena. Con li patti conventioni et dichiarationi come segue: Prima, che infermandosi detto Gio. Domenico nel detto spatio di cinque anni, detto Giuseppe sia tenuto tenerlo in casa per tre giorni in fermo et alimentano et non più. Item, che morendo uno o l’altro delli sudetti padroni o garzone, in detto termine d’anni 5, sia in rimessa delli sudetti confidenti dichiarare ciò che detto maestro Simone dovrà dare al maestro Giuseppe, haùto riguardo et tempo che detto Gio. Domenico sarà stato in casa di detto padrone. Item, che dove detto Gio. Domenico garzone si partisse dalla casa et dal detto Giuseppe padrone avanti detti anni 5, senza colpa d’esso padrone, sia parimenti in rimessa delli confidenti dichiarare quanto si dovrà dare a mastro Giuseppe. Item, che detto Gio. Domenico sia tenuto, come Simone di padre promette, essere fedele a detto suo padrone in ogni modo tanto con la lingua, quanto con le mani et opere a suo sapere et potere a detto padrone et a lui obedire massime nelle cose concernenti la detta arte in pena d’ogni danno et spesa”.

(63) A.S.SO. 7624, not. Gian Maria Paravicini
(64) A.S.SO. 7751, not. Felice Paravicini
(65) A.S.SO. 6142, not. Gio. Battista Petruccio


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